Il 9 luglio scorso la rappresentante svizzera all’ONU, Pascale Baeriswyl, è intervenuta tempestivamente in seno al Consiglio di sicurezza con un discorso di ferma condanna per il criminale bombardamento russo di un ospedale pediatrico di Kiev avvenuto il giorno prima. Ha ricordato che « secondo il diritto umanitario internazionale gli ospedali godono di una protezione specifica» e ha fatto un pressante appello al rispetto del diritto internazionale e alla protezione della popolazione e delle infrastrutture civili. Non possiamo che condividere l’esortazione della nostra diplomatica. Avremmo però ascoltato con sollievo in altre occasioni (qui il tema era espressamente il mantenimento della pace e della sicurezza in Ucraina) una condanna altrettanto pronta e ferma delle distruzioni sistematiche di ospedali nella striscia di Gaza ad opera dell’esercito israeliano. Quasi tutti gli ospedali: già a maggio ne erano stati distrutti o danneggiati 31 su 36 – ed erano 890 gli attacchi a strutture sanitarie, metà nella striscia e metà in Cisgiordania, registrati dall’OMS a partire dal 7 ottobre («Corriere del Ticino» online, 20 maggio 2024).

La signora Baeriswyl, a nome della Confederazione, ha giustamente sottolineato nel suo intervento che in oltre due anni di conflitto sono 2000 i bambini ucraini vittime della guerra, uccisi o feriti. E che migliaia di altri invece di andare a scuola sono stati costretti a passare dalle 3 mila alle 5 mila ore in rifugi e stazioni della metropolitana, anche se «il diritto internazionale umanitario prevede una protezione speciale per i bambini», oltre che per il personale sanitario e medico. Sarebbe stato rassicurante – al di là di richiami generici come quelli pronunciati in quella stessa sede da Ignazio Cassis il 23 gennaio – sentire in qualche occasione anche un riferimento sufficientemente preciso al numero di bambini ammazzati a Gaza, al numero di bambine palestinesi senza dimora, vaganti da mesi da una parte all’altra della striscia per sfuggire, spesso invano, ai bombardamenti, al numero di bambini già condannati dalla denutrizione, al numero di bambine private della scuola e di altri servizi (per la guerra ma anche per le difficoltà create all’URNWA dai tagli dei finanziamenti e da una campagna diffamatoria in cui la Svizzera è stata parte attiva, salvo poi riconoscere solo pochi giorni fa nell’URNWA «un pilastro della stabilità regionale» – vedi «Sonntagsblick» 14 luglio e «La Regione» 15 luglio). Sono almeno dieci volte di più i morti, e in soli otto mesi. Ma non tutti i bambini, né tutti gli ospedali, sembrano meritare lo stesso grado di “protezione specifica”.

C’è chi intende la neutralità come il non prendere posizione, starsene fuori, non partecipare a sanzioni, e così via. Pensiamo invece che la neutralità richieda anche l’assunzione di responsabilità e la presa di posizione di fronte a crimini e sopraffazioni. Ma non con due pesi e due misure. Il rispetto del diritto umanitario internazionale va chiesto con forza a tutti, chiunque sia il criminale, l’aguzzino, il sopraffattore, la canaglia. Non possono esserci canaglie amiche. Non possono esserci criminali alleati. Il silenzio prudente in questi casi è complicità.

 

Danilo Baratti per il Gruppo guerre e pace Verdi del Ticino