Il Consiglio di Stato è stato recentemente interrogato a proposito della modalità in cui si sono organizzati i concorsi per la direzione della Pinacoteca Giovanni Züst e dell’Archivio di Stato attraverso l’Interrogazione 9.23 presentata da Anna Biscossa per il Gruppo PS. Domande che hanno trovato nelle risposte fornite molti più punti interrogativi di quelli posti dall’interrogazione stessa, e sui quali non è nostra intenzione tornare in questo momento, anche perché supponiamo che le risposte non sarebbero molto diverse.

Ci teniamo però a sottolineare come questo atto parlamentare abbia portato l’attenzione su un ambito, quello della politica culturale, verso il quale il Gran Consiglio si mostra generalmente assai distratto. Se la scuola è stata spesso al centro dell’attenzione, con atti parlamentari vari e accese polemiche pubbliche, le scelte di politica culturale del Cantone restano ai margini, quasi si trattasse di un ambito irrilevante.

Sono molte le questioni da affrontare in ambito culturale. La più recente – cosa di queste settimane – è suscitata dall’esperienza della Straordinaria a Lugano, che ha saputo racchiudere sotto un unico tetto le esigenze di numerose e diversificate realtà presenti sul territorio e che suggerirebbe una riflessione sui luoghi della proposta culturale. Pochi giorni prima della sua chiusura è stata redatta la «Carta della Gerra» (Per spazi culturali indipendenti anche a Lugano e nel Canton Ticino) e promossa una petizione che invita le istituzioni comunali e cantonali ad attivarsi «con convinzione e urgenza per risolvere la grave mancanza di infrastrutture e di sostegno alla diffusione e alla produzione culturale, elaborata al di fuori dai circuiti istituzionali». Nonostante il plauso generale, per ora l’esperienza non sembra aver prodotto nelle istituzioni il coraggio e la volontà di creare le condizioni affinché queste espressioni culturali trovino spazio più stabilmente sul territorio.

Proprio con la chiusura dell’esperienza “Straordinaria” e in seguito ad alcune reazioni del mondo culturale ticinese nei media, intendiamo riportare l’attenzione su aspetti di gestione della DCSU, su voci e preoccupazioni che da qualche tempo aleggiano nell’aria e – come nel caso delle nomine di cui si parlava all’inizio – esigono chiarimenti e, se possibile, rassicurazioni. Aspetti che, insieme alla comunicazione non puntuale e frammentaria con i referenti istituzionali, sono stati lamentati a più riprese dagli operatori culturali in vari ambiti e contesti, creando un clima di disagio e sfiducia. Ci preme in particolare fare luce, con la necessaria trasparenza, sulla gestione dei fondi che dal sostegno a progetti culturali sembrerebbero essere stati in parte deviati verso rafforzamenti amministrativi, forse non estranei a obiettivi o interessi personali. Sospetti che, grazie all’interrogazione n. 24.23 depositata da Matteo Pronzini per l’MPS-POP-Indipendenti, sembrerebbero trovare conferma nelle risposte fornite dal Consiglio di Stato. Non solo, i sospetti sono accentuati anche dal fatto che non esistono resoconti annuali e pubblicazioni puntuali sull’utilizzo dei fondi assegnati a progetti culturali, rispettivamente ai costi amministrativi della Divisione.

Per questi motivi chiediamo al Consiglio di Stato:

  1. facendo riferimento alla risposta 1. fornita all’Interrogazione n. 24.23, come mai la DCSU utilizza i fondi dell’Aiuto Federale (AF), ricevuti dalla Confederazione per la promozione della lingua e cultura italiana per finanziare i propri uffici (Osservatorio Culturale / Uff. analisi e patrimonio culturale digitale) invece di destinarli a progetti, come il DCSU sostiene essere il suo scopo?

  2. Come prevede vengano utilizzati i fondi AF l’accordo fra Confederazione e Cantone?

  3. Come valuta il Consiglio di Stato l’attività dell’Osservatorio culturale – in termini di costi/benefici – in base all’esperienza fin qui condotta?

  4. Corrisponde al vero che, nonostante gli uffici della DCSU abbiamo sede a Bellinzona, una sorta di “succursale” è stata aperta a Lugano?

  5. Se così fosse, non si tratterebbe di un inutile doppione? Con quali esigenze si giustificherebbe un nuovo ufficio? E come è finanziato?

  6. Può il Consiglio di Stato, senza fare un elenco minuto di tutti gli spazi, fornire una panoramica degli uffici principali della Divisione, soprattutto quelli relativi alla parte culturale?

  7. In quanti e quali progetti sono stati investiti i crediti per progetti di ristrutturazione COVID-19 ricevuti durante la pandemia? Come viene gestito e impiegato oggi il “Fondo Papa” dal quale si è attinto durante la pandemia per rispondere alle necessità del mondo culturale?

  8. Come mai la Divisione non pubblica in modo trasparente e puntuale i sostegni assegnati ai progetti culturali sul suo sito o su siti di riferimento come viene fatto a livello nazionale dall’Ufficio Federale della Cultura e dagli altri cantoni?

  9. Pensando all’esempio della Straordinaria, quali passi ha intrapreso il Consiglio di Stato per facilitare e promuovere la creazione futura di spazi destinati alle realtà del territorio per la produzione e l’espressione culturale indipendente?

 

Giulia Petralli, Nara Valsangiacomo, Samantha Bourgoin, Matteo Buzzi, Marco Noi