La violenza non ha nazionalità
C’è qualcosa di profondamente distorto nel modo in cui una parte della politica affronta la violenza. Non perché non sia giusto indignarsi davanti a un’aggressione o a qualsiasi altro atto criminale. Al contrario, proprio perché la violenza è grave, non dovrebbe essere trasformata in uno strumento di propaganda.
Eppure, il copione si ripete. Succede un fatto violento. Si scopre che il presunto autore è straniero. Improvvisamente la discussione non riguarda più la violenza, ma l’immigrazione.
È successo anche dopo il grave episodio di Biasca. A poche ore dalla notizia dell’arresto di un diciassettenne siriano, la Lega ha depositato un’interrogazione dal titolo “Criminalità d’importazione”. Nel testo, pur richiamando la presunzione d’innocenza, il caso viene immediatamente collegato allo statuto di soggiorno, al settore dell’asilo, ai controlli sugli stranieri e alle procedure di allontanamento.
La nazionalità può essere un dato statistico. Non è però una spiegazione della violenza. Eppure, è proprio questo che accade quando, di fronte a un singolo episodio, si passa dal reato all’origine dell’autore, dall’origine all’immigrazione e dall’immigrazione alla necessità di controllare, espellere o restringere. È una scorciatoia. E ci impedisce di porci le domande più importanti, come le cause della violenza, se gli strumenti di prevenzione hanno funzionato, come meglio proteggere le vittime o come intervenire sulla violenza in generale.
Chiaro, sono domande difficili; è molto più facile indicare un’origine, un passaporto, una categoria di persone e dire: ecco lì il problema.
Ma la violenza non è “importata”. È una realtà della nostra società. È nelle strade, ma anche nelle case, nelle scuole e nei luoghi di lavoro.
Secondo la statistica criminale di polizia, nel 2025 il 61,8% degli omicidi consumati in Svizzera è avvenuto nella sfera domestica. Una realtà enorme che non può essere spiegata attraverso la “criminalità d’importazione”. Il problema, dunque, non è che la destra parli di violenza. È che troppo spesso ne parli solo quando può usarla per vociare contro l’immigrazione e spostare la questione fuori dai confini della propria coscienza.
Una persona non è soltanto la propria nazionalità. È anche la sua età, la sua storia, la famiglia in cui è cresciuta, le esperienze che ha vissuto e, nel caso di chi è migrato, anche il percorso di integrazione – riuscito o fallito – che ha attraversato. Sono tutti elementi che contribuiscono a spiegare come una persona possa arrivare a concepire la violenza come una possibile risposta a un conflitto. Spiegare, naturalmente, non significa giustificare, perché chi commette un reato deve comunque risponderne davanti alla legge. Ma se vogliamo davvero occuparci di prevenzione, sicurezza e recidiva, dobbiamo interrogarci anche sulle condizioni e sui percorsi che precedono la violenza.
Smettiamo dunque di strumentalizzare ogni episodio di violenza per alimentare il sospetto verso chi viene da un altro Paese. Parliamo della violenza e di tutte le concause che possono scatenarla. Tutta. Anche quella che non può essere trasformata in uno slogan contro gli stranieri.
Giulia Petralli, Gran consigliera