La realtà oltre i tabù
Fabio Regazzi e Piero Marchesi ci invitano a guardare al nucleare con pragmatismo e a superare i tabù ideologici. Un appello condivisibile. Il problema è che, se lo si prende sul serio, porta esattamente alla conclusione opposta di quella dei colleghi: la Svizzera non ha bisogno di nuove centrali nucleari. Partiamo da un fatto incontestabile. Una nuova centrale nucleare non produrrà un solo chilowattora prima del 2050. Tra pianificazione, autorizzazioni, ricorsi e costruzione passeranno almeno vent’anni. La sfida dell’approvvigionamento elettrico, però, riguarda i prossimi dieci o vent’anni, non la seconda metà del secolo.
Anche sul piano economico la realtà è meno entusiasmante degli slogan. Lo studio pubblicato settimana scorsa da ricercatori del Politecnico federale di Zurigo conclude che, nelle condizioni attuali, nuove centrali nucleari in Svizzera non sono economicamente competitive. Potrebbero eventualmente diventarlo solo con un massiccio sostegno statale, garanzie pubbliche sui rischi finanziari e costi di costruzione molto inferiori a quelli registrati oggi. Non stupisce quindi che, nonostante le tante ore di dibattito alle Camere federali, i sostenitori del nucleare si siano rifiutati di affrontare il nodo centrale: chi pagherà il conto?
Su un punto Regazzi e Marchesi hanno ragione: anche le energie rinnovabili ricevono incentivi pubblici. Dimenticano però una differenza fondamentale: ogni franco investito oggi nel fotovoltaico, nell’idroelettrico, nelle reti e nei sistemi di accumulo produce benefici concreti nel giro di pochi mesi o anni. Un nuovo reattore nucleare, invece, assorbirebbe enormi risorse pubbliche senza contribuire all’approvvigionamento per decenni. Ed è qui che emerge il paradosso. Chi accusa le rinnovabili di vivere di sussidi propone, per il nucleare, esattamente la stessa ricetta. Solo molto più costosa, molto più lenta e molto più rischiosa. Quando si tratta di pannelli solari si parla di “sussidi”. Quando si tratta di nucleare diventano improvvisamente “condizioni quadro”. La magia lessicale, almeno quella, continua a funzionare.
E no: non regge nemmeno l’argomento dell’indipendenza energetica. Il nucleare dipende dall’importazione di uranio, in un mercato nel quale la Russia continua ancora oggi a occupare una posizione dominante. La vera indipendenza si costruisce valorizzando ciò che abbiamo in casa: il sole sui nostri tetti, l’acqua delle nostre montagne, una rete elettrica moderna, sistemi di accumulo efficienti e consumi più intelligenti. Energia prodotta in Svizzera, valore aggiunto in Svizzera, posti di lavoro in Svizzera.
La transizione energetica non è una passeggiata. Richiede investimenti, innovazione e coraggio politico. Ma è anche la strada che rafforza la sicurezza dell’approvvigionamento, riduce la dipendenza dall’estero e protegge il clima. Per questo il referendum non nasce da un riflesso ideologico, bensì da una scelta di responsabilità: la Svizzera deve investire nel futuro, non inseguire il passato. Il vero pragmatismo non consiste nel tenere aperta ogni opzione, ma nel saper distinguere tra ciò che è tecnicamente possibile, ciò che è finanziariamente responsabile e ciò che serve davvero al Paese.
Greta Gysin
Capogruppo Verdi al Parlamento federale