Visto il bilancio negativo del regime di Nicolás Maduro – 8 milioni di sfollati, una repressione sistematica del dissenso e un’economia disastrata – non sorprendono le celebrazioni di una parte significativa della diaspora venezuelana alla notizia del suo rapimento da parte delle forze speciali americane. Molto meno comprensibile – e profondamente inquietante – è la leggerezza con cui questi dati vengono oggi utilizzati per giustificare un’aggressione militare statunitense contro il Venezuela. Non solo perché questa flagrante violazione del diritto internazionale è intollerabile. Ma anche perché tale giustificazione è sintomo di una pericolosa rimozione degli insegnamenti della storia contemporanea.

La quale ci insegna che – fatta eccezione per la Seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti contribuirono alla disfatta del nazifascismo su suolo europeo – gli interventi militari americani si sono tradotti sistematicamente in disastri umanitari e in destabilizzazioni durature.

Dietro la retorica dell’“esportazione della democrazia” non vi è mai stato un autentico progetto emancipatore, bensì la difesa di interessi economici e geopolitici, che l’attuale autocrate della Casa Bianca non si sforza neanche più di mascherare con una narrazione moralizzante (come facevano i suoi predecessori). Una verità resta però immutata: la democrazia non si impone con le bombe. Afghanistan, Iraq e Libia ne sono la prova evidente: interventi che hanno frantumato interi Paesi, alimentando cicli di violenza che non si sono mai realmente esauriti.

L’attacco terroristico americano nei confronti del Venezuela segna inoltre un ritorno esplicito a un’epoca (in realtà mai veramente tramontata) in cui gli Stati Uniti si arrogavano il diritto di fare il brutto e il cattivo tempo nell’emisfero occidentale del mondo: la riaffermazione della dottrina Monroe riporta alla memoria le pagine più nere della storia latinoamericana: dal sostegno alla dittatura di Pinochet ai crimini di guerra dei Contras in Nicaragua, passando per decenni di ingerenze, colpi di Stato e repressioni condotte in nome della “libertà”.

Ancora una volta l’Europa (e con essa, purtroppo, la Svizzera) si è “distinta” per l’assenza di condanne esplicite, mancando un’ennesima occasione per difendere in maniera inequivocabile un ordine internazionale fondato su regole condivise, sulla risoluzione diplomatica dei conflitti e sulla coesistenza pacifica tra i popoli. Ad approfittare di questo beneplacito è l’internazionale della destra reazionaria e imperialista (all’interno della quale possiamo anche annoverare i criminali di guerra Putin e Netanyahu), oggi più che mai convinta di poter agire nell’impunità.

Se non ci opponiamo con decisione a questo uso unilaterale della forza – per ingenuo buonismo o, peggio, per calcolo opportunistico – allora dobbiamo avere il coraggio di dirlo apertamente: la Carta delle Nazioni Unite non è più il fondamento dell’ordine internazionale, ma un pezzo di carta privo di valore. Vige la legge del più forte, e ci va bene così.

Rocco Vitale, gruppo operativo Verdi del Ticino